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Nel cuore del Supramonte orientale, tra i comuni di Urzulei e Orgosolo, si apre uno dei paesaggi naturali più straordinari della Sardegna: la Gola di Gorropu, il canyon più profondo d’Italia. Pareti calcaree alte fino a 500 metri, un microclima umido e secolare, e un ecosistema dove sopravvivono specie rare che non esistono in nessun altro posto al mondo. Non sorprende che la Gola di Gorropu sia oggi una delle mete più famose per il trekking in Sardegna.
Dove si trova la Gola di Gorropu in Sardegna
La gola si apre lungo il corso del Rio Flumineddu, nel Parco Nazionale del Golfo di Orosei e del Gennargentu, al confine tra i comuni di Urzulei e Orgosolo. È raggiungibile da più punti: dal passo Silana scendendo verso il fondovalle, oppure risalendo il letto del rio da valle. Chi parte da Orosei o da Cala Gonone può raggiungere l’ingresso della gola in 4×4 fino al rifugio, poi a piedi per circa 45 minuti. La vicinanza al Golfo di Orosei rende Gorropu una meta ideale da combinare con le escursioni costiere del Supramonte.
Perché Gorropu è uno degli ecosistemi più straordinari della Sardegna
Le condizioni della gola sono eccezionali: ombra quasi costante, forte umidità, grandi sbalzi termici tra le pareti e il fondovalle. Questo microclima ha permesso la sopravvivenza di specie relitte — piante e animali che altrove sono scomparsi da millenni — e ha favorito l’evoluzione di forme di vita esclusive di questo canyon. È per questo che Gorropu è oggi considerato uno dei luoghi di maggiore interesse naturalistico della Sardegna e del Mediterraneo.
La flora endemica di Gorropu
Aquilegia nuragica — il fiore più raro della gola
Tra le fessure delle pareti calcaree cresce l’Aquilegia di Gorropu (Aquilegia nuragica), un fiore endemico con petali azzurri e biancastri che non esiste in nessun altro posto al mondo. La sua area di distribuzione copre appena 50 m², tra i 620 e i 680 metri di quota, con soli 40 individui maturi stimati. È inclusa nella lista IUCN delle 50 specie mediterranee a più alto rischio di estinzione: uno dei tesori botanici più fragili d’Europa.
Ribes sardoum ed elicriso tirrenico
Il Ribes sardoum è una pianta relitta sopravvissuta alle glaciazioni, testimone vivente di una flora mediterranea molto più antica di quella che conosciamo oggi. L’elicriso tirrenico (Helichrysum microphyllum subsp. tyrrhenicum), arbusto profumato tipico delle rocce aride della Sardegna, aggiunge colore e fragranza ai sentieri del canyon. Lungo il Rio Flumineddu, la vegetazione cambia completamente: oleandri, tamerici e ontani formano una fascia ripariale rigogliosa che contrasta con la severità delle pareti sovrastanti.
La fauna della Gola di Gorropu
Durante un’escursione o un trekking nel canyon di Gorropu è possibile osservare diverse specie simbolo del Supramonte, alcune delle quali rarissime a livello europeo.
Il muflone sardo — l’animale simbolo del Supramonte
Gorropu è uno degli habitat preferiti del muflone sardo (Ovis aries musimon), presente in Sardegna da circa 8.000 anni e considerato uno dei bovidi selvatici più antichi del mondo. Le pareti della gola lo proteggono dai predatori; i canaloni erbosi gli offrono cibo. Nei mattini silenziosi è facile scorgere i maschi con le caratteristiche corna ricurve sulle cengie più alte.
Aquila di Bonelli e rapaci del canyon
Nei cieli di Gorropu vola l’Aquila di Bonelli (Aquila fasciata), uno dei rapaci più rari d’Europa. La Sardegna ospita una delle popolazioni riproduttive più significative d’Europa. Con lei sorvolano la gola il falco pellegrino, la poiana comune e, all’imbrunire, il gufo reale.
Rettili e anfibi endemici della Sardegna
La fauna rettiliana e anfibia di Gorropu ha un tasso di endemismo altissimo. La lucertola tirrenica (Podarcis tiliguerta) è esclusiva di Sardegna e Corsica. Il geotritone sardo (Speleomantes flavus) è un anfibio endemico della Sardegna che non ha polmoni e respira attraverso la pelle: vive nelle grotte e negli anfratti umidi del calcare, invisibile a chi non sa dove cercarlo.
Come visitare Gorropu in modo responsabile
La fragilità di questo ecosistema è reale. Specie come l’Aquilegia nuragica vivono in aree così ristrette che bastano pochi anni di pressione turistica incontrollata per metterle a rischio. Restare sui sentieri, non raccogliere piante, non disturbare la fauna e seguire le indicazioni delle guide locali non sono regole burocratiche: sono il minimo per non distruggere quello che si è venuti ad ammirare.
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